Il caso del fashion brand Francomina: IAP e AGCOM, censura automatica!

Scritto da on 6 settembre 2011 in Advertising, Agenzie, Campagne Stampa - 6 Commenti

Scherza coi fanti e lascia stare i santi” saggezza popolare e principio di civiltà.

Che le autorità competenti intervengano direttamente ed in via automatica anziché attendere chi faccia la segnalazione al Giurì o all’AGCOM. Così esordisce Carlo Giovanardi Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle politiche per la famiglia nell’intervista fattagli da Klaus Davi in merito alla campagna Francomina con particolare riferimento al messaggio “Sono Maria, non sono vergine e ho una forte spiritualità” in virtù di una chiara allusione e provocazione della sfera religiosa.

Sul caso è intervenuto anche Vittorio Sgarbi dichiarando che: “è assurdo che si censuri la parola escort, anzi – dice – il messaggio di Maddalena può essere considerato addirittura in linea con i precetti religiosi. Maria può essere qualunque donna, anche se il nome è allusivo alla dimensione religiosa. Quello che non funziona però è la censura, che serve solo a rafforzare la comunicazione. L’unica censura è il silenzio”.

Lo spazio pubblicitario è uno strumento di comunicazione che non può essere sempre censurato solo perché sceglie di rappresentare ciò che succede negli strati del circuito mediatico, politico e sociale. Ci vuole coraggio ad investire risorse su un punto di vista che può determinare un effetto boomerang sulla marca ed è assurdo che questo desti ancora scandalo. Inoltre c’è un problema di linguaggio generazionale e di target di riferimento ciò che deve raggiungere giovani ragazze crea scalpore in chi è attempato.

Nei post precedenti spesso ci siamo “schierati” contro certi sfruttamenti di tematiche piuttosto disdicevoli in auge nelle varie agende setting dell’informazione e dei media in generale, contrastando l’idea di una creatività che non interpreta i valori della marca per incarnarne altri solo per far risonanza. Ma ciò non vuole dire essere a favore della censura né decontestualizzare il brand.

Ancora a Napoli, dove l’apertura al sentire sociale è forte tanto quanto la voglia di vendere dando carattere e stile al prodotto. Il brand partenopeo Francomina ha puntato su messaggi definiti provocatori da chi storce il naso di fronte ad un evidente evoluzione dei punti di riferimento e dei valori. Da qui anche il nome alla campagna I’m WE (woman evolution).

francomina

Le ragazze parlano e comunicano carattere, identità e uno stile che esiste e sono propri del prodotto e del brand, non valori, pose e posizioni che non esistono di un mondo “spirituale” e solamente “ideologico”. Non c’è ginecentrismo pubblicitario.

Hanno realizzato la campagna Gianluca Trebbi, Giulio Cacciapuoti e Fabio Marra dell’agenzia Love Studio di Napoli invece la gestione del social media marketing è stata affidata all’agenzia Adsolut di Napoli. Qui trovate un servizio di Video Comunicazione sulla campagna:

Ferdinando Prisco, AD Fracomina, azienda da 30 milioni di fatturato all’anno, dichiara: “come marchio femminile abbiamo voluto dire la nostra sulla figura della donna strumentalizzata al servizio delle ideologie. Auspichiamo una società dove le donne, che hanno il coraggio di essere se stesse, non debbano essere definite femministe, ma donne”.

francomina

Questo pensiero fu già forzato nel casting lanciato on line nel giugno scorso con l’annuncio “Cercasi modella, possibilmente vergine” e la parola vergine colpì la sensibilità del popolo di Internet. “Il contesto culturale in cui viviamo – dichiarò Prisco – vede ancora nella donna vergine uno stereotipo. Ci chiediamo se la verginità, intesa in senso fisico rappresenta ancora un valore rispetto al quale debba essere giudicata una donna, o forse è arrivato il momento di oltrepassare certi pregiudizi culturali?”. Poi, confessò: “Come brand sentiamo l’esigenza di andare oltre, e perché no, giocare sulla provocazione”.

Siamo in un mondo in cui si pensa di non potersi esprimere liberamente. Questa campagna non lede alcun codice né rapporto etico, non vi è lesione della donna o strumentalizzazione del suo ruolo nella società o offesa religiosa: vi è solo un messaggio. Non bisogna sempre spingere ed estremizzare le posizioni decontestualizzandole fino a censurarle. E la censura qui è arrivata, ma viene dalla strada. Brindisi e Gallipoli rifiutano i manifesti! Non compariranno sulle fiancate dei bus. Così come alcune librerie non espongono l’ultima edizione del magazine Garage perché in copertina c’è una farfalla di Hirst semiadesiva da strappare per vedere cosa c’è sotto.

Questioni di pudore? Queste censure preventive sono legittime? Un’agenzia che sceglie di sfidarle, fa il bene o il male del cliente?

Post scitto in collaborazione con Anna Luisa Buongiorno

Gianluca Ruocco

www.gianlucaruocco.it - info@gianlucaruocco.it Laurea magistrale in comunicazione d’impesa e pubblica. Da sempre pubblicità, marketing e comunicazione sono il suo mestiere. Coordinatore TP – Regione Campania. www.giannacomunica.eu - gianluca@giannacomunica.eu Ufficio 0974 826838 - Cellulare 349 6406703   

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6 Commenti on "Il caso del fashion brand Francomina: IAP e AGCOM, censura automatica!"

  1. Gianni Lombardi 6 settembre 2011 alle 11:41 ·

    In questo caso sono pienamente d’accordo con le parole di Vittorio Sgarbi. Le cito perché meritano:

    “è assurdo che si censuri la parola escort, anzi – dice – il messaggio di Maddalena può essere considerato addirittura in linea con i precetti religiosi. Maria può essere qualunque donna, anche se il nome è allusivo alla dimensione religiosa. Quello che non funziona però è la censura, che serve solo a rafforzare la comunicazione. L’unica censura è il silenzio”.

    Provvedimenti nei confronti di questi annunci sarebbero tollerabili solo nella Spagna dell’Inquisizione o nella Roma Papalina (prima del 1870 uno degli stati peggio governati d’Europa, anche secondo il ministro Giovanardi).

  2. ddt 6 settembre 2011 alle 15:39 ·

    Ma basta, smettiamola! Smettiamola con questi imprenditori che vogliono fare i sociologi, i filosofi, i moralizzatori. Che facciano gli imprenditori e basta, che per quelli che lo sanno fare è – dicono – il lavoro più bello del mondo.
    I consumatori non sono stupidi, come già disse qualcuno. Il giochino è stato svelato: ed è di cattivo gusto.
    Dispiace che ci siano agenzie che stanno al gioco: una botta di orgoglio e dire no a queste porcherie farebbe del bene a tutti.
    (a questo punto preferisco di gran lunga lo spot di Rocco Siffredi, che almeno è chiaro e coerente).
    ddt

  3. Gianluca Ruocco 6 settembre 2011 alle 16:01 ·

    Gli spot hanno spesso usato la fede in modo più diretto dal non avrai altro jeans al di fuori di me,
    fino al prete e la suora che si baciano, al caffè in paradiso con Bonolis, o solo su sky lo sport fa miracoli.
    Vedete questo http://www.youtube.com/watch?v=gsokKamehJo&NR=1#t=00m58s.

    Sulla verginità di Maria madre di Dio non si discute http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p122a3p2_it.htm questo non vuol dire che non può trovare opposizione, sarcasmi o incomprensione da parte dei non-credenti, giudei, pagani, nei linguaggi delle variazioni generazionali, etc. scontato ribadire Voltaire «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire» ed altrettanto scontato dire che questo che tu dici non offenda me e ciò in cui credo, porgerò l’altra guancia per farti cambiare idea. In quei messaggi non credo che questo avvenga ma se qualcuno sente leso il proprio credo religioso volti pagina e non acquisti quella marca e se è titolare di spazi non li pubblichi come Brindisi e Gallipoli prima e ora la basilica di Sant’Andrea della Valle, nel rione di Sant’Eustachio a Roma che ha rifiutato di concedere il permesso per due dei manifesti della nuova campagna le cui protagoniste sono la modella Maria e la escort Maddalena.

    La provocazione e la discussione come in altri ambiti anche e soprattutto nella pubblicità esiste tanto da sollevare ed approfondire dei temi belli o brutti che siano di cui un brand se ne fa portavoce con tutti i rischi del caso. Questo infatti non fa sempre bene al brand. E’ sempre un’ottica virale che gioca su un sottile filo di lana.

    Il semiologo Omar Calabrese risponde che la pubblicità deve colpire e puntare proprio ai campi che uno
    non si aspetterebbe e non c’è niente di più inaspettato della religione. Non è sempre così e lo vedremo
    anche nei prossimi post. Non sempre la pubblicità funziona come le barzellette.

    David Ogilvy in questa sua Overture http://www.giannacomunica.eu/post/overture.jpg scriveva: Non considero la pubblicità come intrattenimento o una forma d’arte, ma come mezzo di informazione. Quando scrivo un messaggio pubblicitario, io non voglio che tu mi dici che lo trovi “creativo”. Voglio che lo trovi così interessante che acquisti il prodotto. Quando il filosofo Aeschines parlava, la gente diceva: “Come parla bene”. Ma quando il politico Demostene parlava, la gente diceva: “Facciamo marcia contro Filippo”.

    C’è una parte di pubblico colpito che incarna anche una serie di valori non condivisi per ribellione, nichilismo, senso di non appartenenza, etc. che marcerà a favore del brand che l’ha raggiunto e che trova interessante. Ora, il brand, riuscirà a farseli amici?

  4. Gianluca Ruocco 6 settembre 2011 alle 16:37 ·

    Per una logica del profitto si entra nella testa della gente, poi bisogna vendere, vendere, vendere.

  5. Fiorella 27 settembre 2011 alle 10:34 ·

    L’uso dell’immagine femminile in questa pubblicità ha ottenuto, intanto, un risultato: non comprerò nemmeno un capo di questo brand. Così come faccio con altri marchi scioccamente “moderni”.
    Sono stufa di essere presa in giro, e sono arcistufa di questi “creativi” che credono di saper tutto sul femminismo e non sanno cosa significhi e nemmeno quando è cominciato.
    Sono in grado di sapermi vestire in modo gradevole ed originale, in grado di esaltare la mia femminilità senza essere volgare, e non me lo devono venire a dire uomini più o meno truccati da perfetti bambolotti.

  6. cleonice 20 marzo 2012 alle 18:39 ·

    Come colonizzare il nostro immaginario? Beh oggi sembrerebbe un’ardua impresa.
    Visto che da sempre per avere una pubblicità che funzioni c’è bisogno di esplorare campi inaspettati…io da dilettante prenderei spunto dal filosofo ed economista Latouche, il quale afferma che oggi più che mai c’è la necessità di riscoprire la lentezza della lumaca ovvero il senso del limite, della misura.
    Ecco questo per me è un campo inaspettato che potrebbe funzionare in una pubblicità dove tutto è esplicito, trasgressivo, senza limiti e dove nulla ci stupisce più.
    Fare un passo indietro sarebbe lo scoop !

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