Il mestiere del pubblicitario, inteso quale operatore culturale, oltre che semplice divulgatore, necessita di una preparazione complessa affinchè si arricchisca della giusta capacità critica nei confronti di ciò che ci circonda. Martina di TP domani suggerisce, a tal proposito, una lettura per riflettere insieme, sulla tv e sul suo utilizzo.
Fino a che punto la televisione, e dunque un produttore televisivo o un pubblicitario che della tv si nutre, ha in pugno lo spettatore, i suoi desideri, nonché i suoi comportamenti? La risposta va forse ben oltre le nostre aspettative, sembra voler farci notare la giovane scrittrice Amélie Nothomb col suo “Acido Solforico”, romanzo pubblicato da Voland nel 2006.
L’autrice con il suo “Acido solforico” si schiera palesemente contro un fenomeno dilagante della società contemporanea, quello dei reality shows, e ne lancia un’aspra critica che estende anche ai mass media in generale e alla loro crescente tendenza alla spettacolarizzazione della sofferenza.
Nel romanzo ciò che viene filmato dalle telecamere e trasmesso su migliaia di televisori è un reality show chiamato Concentramento. Cos’altro in comune con i campi di sterminio nazisti oltre al nome dello show? I soprusi, le turpi condizioni, la violenza vera e propria. Una troupe televisiva esegue il rastrellamento casuale per le vie di Parigi dei concorrenti destinati ad essere deportati nel Campo. Qui altri concorrenti interpretano il ruolo di spietati kapò sotto l’occhio sempre attento delle telecamere.
Ogni settimana attraverso il televoto del pubblico, viene decisa l’eliminazione fisica di un concorrente, momento in cui puntualmente si ha il picco dell’audience. La Nothomb mette in luce l’ipocrisia dei mass media che denunciando la perfidia dell’assurdo programma, non fanno che aumentarne la popolarità e l’interesse da parte del vero colpevole: il pubblico.
E’ questo, si intende, il paradosso che sta realmente prendendo piede nella società moderna, più si prova indignazione per quella che può essere definita tv spazzatura, per certa pubblicità oggettivamente di pessimo gusto, più si continua a parlarne, accrescendone così il successo.
“Acido solforico” è, dunque, una dimostrazione di come gli spettatori siano oggi facilmente manipolabili, di come ciò che passa in tv sia in grado di catturarli, spesso anche senza che essi stessi ne siano consapevoli.
Lo stile incisivo, crudelmente schietto, corrosivo come l’acido, dell’autrice che riesce al contempo a parlare di sentimenti e ideali nobili, puri con tale eleganza, mi ha fatto apprezzare questo suo scritto che tuttavia ho letto con l’amaro in bocca. Pensare che una cosa del genere possa diventare realtà, è a dir poco raccapricciante. Il limite da porre, dunque, all’ipocrisia di chi per avere audience sostanziose è disposto a tutto, potrebbe essere questo: Concentramento.
Post scritto da martina90_tpdomani






