Violenza glamour?

heather morris in gleeMentre in tutto il mondo, ed in particolare in Italia, si dibatteva sulle modalità di way out alle varie crisi, scoppia una polemica mediatica intorno al tema della violenza sulle donne.

Sul Daily Mail britannico in agosto viene pubblicato un servizio fotografico di Tyler Shields – pare molto gettonato a Holllywood – starring l’attrice ballerina Heather Morris protagonista del serial Glee.

Lei viene ripresa in ambiente simil-domestico, con occhio nero, legata ad un ferro da stiro di cui si beve la condensa, e che poi finisce a coprire le (non gettato, intendiamoci, “appoggiato”) parti intime del fotografo. Lei ovviamente molto bellina (occhio nero da trucco sapiente a parte), chioma bionda stretta in una lunghissima coda, vestito a pois scollato da fare impallidire le Desperate Housewives.

Esito: le associazioni delle vittime degli abusi domestici scatenate contro una iniziativa che offenderebbe la sensibilità di chi ha subito tali abusi e il fotografo che si difende assumendo come obiettivo dell’operazione l’intenzione di stravolgere l’immagine della Barbie.

La polemica divampa worldwide, riempiendo la rete di un accesissimo dibattito che spazia dalla libertà o meno della creatività ai limiti della denuncia ai processi alle intenzioni e via dicendo.

Ecco alcuni scatti della campagna:

L’argomento in effetti ci ha un po’ coinvolto, inizialmente pensando all’annosa querelle se la denuncia sociale può essere o no shocking.

In realtà qui siamo su un territorio ancora diverso, perché, ammesso che di denuncia si voglia parlare, il “trattamento” fotografico sa più di star system che di volontà positivamente provocatoria.

E in effetti il concetto della glamourizzazione della violenza domestica è quello più ripreso dai commenti negativi.

Ci siamo presi la briga di scorrere circa 150 post per entrare meglio nella questione che alla fine non ci è sembrata di poco conto.

In sintesi: commenti positivi circa 1/3, negativi circa 2/3. Quindi, una parte della popolazione favorevole.

Iniziamo dai positivi. Ci ha sorpreso che nella maggioranza dei casi questi prescindano totalmente dai contenuti, per soffermarsi sulla qualità estetica – per alcuni anche “artistica” delle foto, con veri e propri panegirici osannanti all’autore e alla modella. Interessanti, per così dire, i casi di negazione dell’evidenza: l’occhio nero viene “isolato” dal contesto ed assunto nei suoi molteplici significati astratti, dall’incidente d’auto ad un colpo di knickboxing… Pochi quelli che si riferiscono alla denuncia della violenza apprezzandone una rappresentazione ritenuta libera da ipocrisia e moralismo.

I negativi. Grosso modo circolano 3 nuclei tematici, quantitativamente analoghi.

Il tema della glamourizzazione della violenza è quello forse più interessante e che si presta a riflessioni. Con ciò si intende una figurativizzazione che utilizza codici estranei al mondo reale, in questo caso desunti dallo star system: dalle modalità espressive – una modella bella, ben vestita, contesto artificiale –, a quelle discorsive – pose sexy, interpellazione accattivante, tono quasi euforico –, a quelle narrative – glorificazione della bellezza ferita, non dramma –, a quelle valoriali – razionalizzazione e non denuncia.

Nei commenti su questo punto, al di là dei costanti riferimenti allo sfruttamento della figura femminile, emergono forti preoccupazioni sulle implicazioni emulative della glamourizzazione, che alimenterebbe il senso comune, offrirebbe una visione addirittura positiva, in quanto estetizzata, della violenza e ne veicolerebbe al fondo una certa quale tollerabilità.

Insomma, un’iniziativa politicamente scorretta, che confonde il “trendy” con la provocazione, pericolosa soprattutto come messaggio ai giovani.

Altro nucleo tematico: l’offesa alla sensibilità degli abusati, in due significati.

Da una parte un’argomentazione più razionale: inadeguato mostrare a chi ha subito un abuso una “pantomima” di violenza che ne stravolge la potenza negativa, edulcorandolo in versione soap; dall’altra, e questo ci ha particolarmente colpito, un’argomentazione più emozionale: il dolore procurato dalla riproduzione di una scena che si è vissuta – indirettamente o in prima persona – ed è effettivamente impressionante la quantità di persone che scrivono in quanto “oggetti” di abuso tristemente indignati per l’automatico, inevitabile “ritorno” sulla scena.

Ed infine, ma con una quantità di citazioni veramente notevole, l’area degli appellativi critici proprio alla persona del fotografo: esplicite e dai toni aggressivi le allusioni alla stupidità, al sadismo, alla misoginia, addirittura a ipotetiche patologie mentali, oltre che, ovviamente all’attribuzione di obiettivi biecamente commerciali che inevitabilmente coinvolgono anche la bella Heather.

Di commenti dall’Italia non se ne sono visti. Peccato, mi piacerebbe conoscere qualche parere dalle nostre parti, noi che stiamo vivendo nel politically parecchio incorrect, che da sempre rifuggiamo dalla comunicazione sociale strong, ma che stiamo anche aguzzando la vista sull’esacerbato utilizzo mediatico e commerciale della donna.

Laura Cantoni

Laura Cantoni

Sono Partner di Astarea, società di Ricerche di mercato e Consulenza di marketing che ho fondato dopo aver lavorato per anni in istituti nazionali ed internazionali. Mi sono sempre occupata principalmente di ricerche (dai sondaggi, agli studi di marketing, alle analisi sulle tendenze socio-culturali e di consumo), ma anche di giornalismo, di editoria, e di pubblicità. Sono socia TP e Componente del Consiglio Gruppo Merceologico per la Comunicazione di Impresa in Assolombarda. Da anni collaboro con Sodalitas come Giurata al Premio Giornalismo per il Sociale.

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Un Commento on "Violenza glamour?"

  1. Dario 12 ottobre 2011 alle 14:11 ·

    Capisco che la cosa abbia fatto scalpore nei paesi anglosassoni, ma qui da noi non penso che impatti più di tanto, c’è anche una volontà di ironia (provocatortia) in quelle foto che alle nostre latitudini non viene sempre compresa. Però questa insensibilità può essere presa, insieme a numerosi esempi simili, come un’ennesimo segnale di imbarbarimento dei tempi.

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