Con non poca ironia, secondo Marcel Proust le belle donne devono essere lasciate agli “uomini senza immaginazione”.
Ora, premesso che, di là dall’opinione dell’autore della Recherche, bellezza femminile ed immaginazione maschile spesso amabilmente convivono, tuttavia i media nostrani, proprio nella rappresentazione della bellezza della donna, sembrano aver distorto il senso dell’invito proustiano, ritenendo sovente di avere dinanzi soltanto un pubblico di “uomini senza immaginazione”.
E, d’altronde, la cronaca degli ultimi anni del nostro paese indica che questo pubblico di individui privi d’immaginazione non si identifica soltanto con gruppi sociali degradati o poco acculturati, ma pare propria della stessa classe dirigente italiana, quale che sia il colore politico di appartenenza, con un’immagine della donna degradata a poco più di “strumento di pagamento”.
Tutto questo, pone oggi come centrale il dibattito sul ruolo e sulla dignità della figura femminile, nel contesto sociale come in quello mediatico.
I media e, con essi, chiaramente la pubblicità, infatti, rappresentano uno dei fulcri, dei punti nodali di questo dibattito, proprio perché finiscono per essere, al contempo, specchio e “cassa di risonanza” del sentire comune, con un utilizzo troppo spesso distorto della rappresentazione della donna, ritagliata esclusivamente sulle esigenze di quel pubblico che l’immaginazione non ha mai avuto.
Per quanto concerne specificamente il ruolo della pubblicità nell’ambito dei mezzi di comunicazione, viene da notare come l’esigenza di soddisfare un “pubblico senza immaginazione” troppo spesso viaggi di pari passo con “pubblicitari senza immaginazione”, dove si perde di vista chi abbia e chi sia stato generato, quale la causa e quale l’effetto. Eppure, proprio in ragione del carattere “provocatorio” e necessariamente “ad impatto” della pubblicità, la risposta del pubblico rispetto all’“audacia” di questo mezzo d’espressione indica, in molte occasioni, il limite oltre il quale non ci si può spingere, il “confine del tollerato”.
Proprio per questo, in una stagione ove tanto si discute di “pubblicità sessista” e di dignità della donna, è emblematica la vicenda barese di alcuni cartelloni pubblicitari, che lasciavano obiettivamente poco all’immaginazione del pubblico, oggetto di una recente pronuncia del Giurì dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria, che, con la pronuncia n. 106/2011 del 27/9/2011, ne ha ordinato la cessazione. La (nota) vicenda riguarda, in particolare, una serie di cartelloni affissi quest’estate nelle strade di Bari, recanti il marchio di una casa produttrice di gioielli accanto ad una modella, protagonista della cronaca giudiziaria degli ultimi mesi e presentata in diverse pose ammiccanti, ed all’esplicito claim “E tu, dove glielo metteresti?”.
La campagna pubblicitaria, particolarmente volgare e grossolana nella costruzione del messaggio, che già aveva scatenato una intensa protesta tra i cittadini del capoluogo pugliese, con successivo ordine di rimozione da parte delle autorità locali, approda dunque dinanzi agli organi di autodisciplina.
Le conclusioni del Giurì, che giungono alla fine di settembre 2011 a rimozione oramai avvenuta, in consonanza con lo sdegno spontaneamente manifestatosi nell’opinione pubblica (locale e non solo), non possono che confermare l’evidenza: il messaggio pubblicitario, che strumentalizza palesemente l’immagine femminile, rappresentandola con toni di spiccata volgarità, soprattutto in ragione dell’associazione tra rappresentazione fotografica e claim, è in palese contrasto con gli artt. 1 (Lealtà della comunicazione commerciale), 9 (Violenza, volgarità, indecenza), 10 (Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona) ed 11 (Bambini e adolescenti) del codice.
È sintomatico, tuttavia, come, a distanza di quasi due mesi dai fatti ed a clamore oramai ampiamente sopito, il Giurì arrivi “buon ultimo” a ribadire quanto l’opinione pubblica aveva già ampiamente decretato, con una decisione che, per quanto celere, non riesce comunque a “tenere i tempi” della comunicazione commerciale.
La decisione dell’organo di autodisciplina, infatti, giunge quando l’effetto mediatico del messaggio pubblicitario, nel bene o nel male, si è già ampiamente realizzato ed esaurito, con un impatto sociale della pronuncia che, in definitiva, si rivela pressoché nullo, eco lontana per uomini e pubblicitari “senza immaginazione”.












Un Commento on "Lasciamo le belle donne agli uomini senza immaginazione"
Nel bene e nel male la figura femminile è sempre stato al centro delle varie arti creative, non di meno la pubblicità che la interpretò in base a vari modelli socio-culturali, fino alla perdita di elementi caratteristici e trasformata invece in ingrediente ornamentale di ogni genere di merce.
La società continua a ‘non avere immaginazione’ se ogni giorno accetta questa situazione, se ogni giorno cammina indifferente tra questi rappresentazioni che servono da monito alla contemporanea condizione femminile.