Pubblicità: ad ognuno le sue colpe

Scritto da on 20 ottobre 2011 in Advertising, Campagne Stampa, Comunicazione - 7 Commenti

La pubblicità fino ad un certo punto ha le sue colpe. La pubblicità non crea modelli o valori, si aggancia a simboli, modelli e valori già esistenti, interpretandoli, amplificandoli e inserendoli dentro storie che raccontano prodotti con parole e immagini.

campagna boobs bloomers

Seppur questa pubblicità può essere considerata “triste” perché va a consolidare un comportamento, una moda che mostra delle bambine in atteggiamenti maliziosi le responsabilità (serie) sono ben altre: sociali, economiche, etc. che dovrebbero avere rispetto per certe cose, ma questa è un’altra storia: il business è andato sempre oltre.

Tu cosa ne pensi?

Gianluca Ruocco

www.gianlucaruocco.it - info@gianlucaruocco.it Laurea magistrale in comunicazione d’impesa e pubblica. Da sempre pubblicità, marketing e comunicazione sono il suo mestiere. Coordinatore TP – Regione Campania. www.giannacomunica.eu - gianluca@giannacomunica.eu Ufficio 0974 826838 - Cellulare 349 6406703   

More Posts - Website - Facebook

7 Commenti on "Pubblicità: ad ognuno le sue colpe"

  1. Danilo Catania 20 ottobre 2011 alle 15:17 ·

    Caro Gianluca… vorrei invitare tutti a fare una ricerca su Google Images di questo marchio… per rendersi veramente conto delle tante ragazzine utilizzate per questa pubblicità.

    Non voglio difendere nessuno, nè chi lotta per i diritti delle donne, nè chi ha pensato e creato questi spot. Ma siamo sicuri che la polemica non sia ricercata? Di questo periodo sono tante le agenzie che creano qualcosa che generi polemica solo per far parlare di se… infatti senza questa polemica oggi tanti sconoscerebbero l’esistenza di questo marchio e anche quella dell’agenzia che ne ha gestito la comunicazione!

  2. Elisabet Fasano 20 ottobre 2011 alle 17:07 ·

    Io penso che non sia propriamente vero. Nell’affermazione “…interpretandoli, amplificandoli …” è già insito il ruolo attivo della pubblicità nel processo di decostruzione e costruzione della realtà.
    La pubblicità interpreta e crea. In quanto sistema aperto, la pubblicità è caratterizzata dall’interattività, dall’ evoluzione e dall’esistenza di un ambiente di fondo valoriale che regge la dialettica tra l’immaginario di chi racconta e le aspettative di chi ascolta. Il problema di fondo è valoriale. La pubblicità responsabile questo lo sà.

  3. Elisabet Fasano 20 ottobre 2011 alle 17:21 ·

    Io penso che non sia propriamente vero. Nell’affermazione “La pubblicità non crea modelli o valori, si aggancia a simboli, modelli e valori già esistenti, interpretandoli, amplificandoli e inserendoli dentro storie …” c’è una contraddizione in termini. E’ insito il ruolo attivo della pubblicità nel processo di decostruzione e costruzione della realtà: l’azione di interpretare e amplificare.
    La pubblicità interpreta e crea. In quanto sistema aperto, la pubblicità è caratterizzata dall’interattività, dall’ evoluzione e dall’esistenza di un ambiente di fondo valoriale che regge la dialettica tra l’immaginario di chi racconta e le aspettative di chi ascolta. Il problema di fondo è valoriale. La pubblicità responsabile questo lo sà.

  4. INTRUSO 20 ottobre 2011 alle 19:03 ·

    Da intruso in questo blog, dono il mio giudizio da profano della comunicazione. Credo che ci sia di peggio, basta osservare i cartoni animati ad esempio le winx o come publicizzano e vestono le Barbie, ma la domanda e’: di cosa ci meravigliamo??? Viviamo in un epoca dove il senso del pudore, l’educazione ed il buon costume sono svaniti e con essa molto probabilmente sta svanento anche la buona pubblicita’.

  5. M@rik@ 20 ottobre 2011 alle 19:28 ·

    Il baby business mi fa venire i brividi..piccole modelle utilizzate come top models..
    assolutamente a favore della libertà d’espressione, ma forse, anzi di sicuro, in questo caso si sta ESAGERANDO..!

    UdSdS

  6. Anna Luisa Buongiorno 21 ottobre 2011 alle 12:50 ·

    Io trovo che la pubblicità che si rivolge ai bambini tenta sempre di sedurli e raramente è educativa. Preferisco quel tipo di pubblicità che si rivolge alle mamme, che poi sono gli acquirenti final,i e che fa del marchio un buon mezzo che permette di interpolare le esigenze più premurose delle mamme e quelle più ludiche tipiche dei bambini. Sarebbe un bel salto di qualità per creare una comunicazione sana, utile ed efficace. Fare business non è un concetto sbagliato; lo diventa quando nega le sue responsabiltà in un contesto sociale che ha fatto del consumo il lugo dello scambio di significati e di interazioni. Stante ciò il discorso valoriale proposto dai marchi impone una comunicazione sincera, consapevole che non può che raccogliere consensi e permettere di fare (anche) del buon buon business.

  7. Beppe Veruggio 26 ottobre 2011 alle 08:29 ·

    Comincio a detestare la parola business: fare business, business is business, etc. In nome di questa parola si sono compiute e si compiono le peggiori nefandezze: la politica divenuta solo palestra di business e non più servizio alla comunità, gente arricchita in nome di business loschi che assurge a rispettabilità assurde, pubblicità scadenti o becere che però “fanno vendere” e “discutere”. Sì, ognuno si prenda le sue responsabilità, non voti delle mezzecalzette, apprezzi e ricerchi l’onestà pagando tasse, fornitori e dipendenti, faccia con passione e creatività il proprio lavoro rispettando le donne e i bambini (e gli anziani dove li mettiamo?). Moralismo d’accatto? Certamente, ma di questi tempi bui sono idee rivoluzionarie.

Lascia un commento