Non è la Pubblicità ad aprire il vaso di Pandora

Scritto da on 2 novembre 2011 in Advertising, Comunicazione - 2 Commenti

pubblicità“Truth well told” diceva Harrison McCann ottant’anni fa.

La verità ben raccontata non è un modo di dire ma un comportamento reale da seguire.

Questo vuol dire rispetto per il consumatore o più precisamente per ogni persona che legge, vede, o ascolta; ma anche rispetto per il prodotto, per la marca, per l’impresa, per la sostanza della comunicazione.

La pubblicità si aggancia a simboli, modelli e valori già esistenti, li consolida nell’immaginario collettivo ed incrociandosi con influenze di macrocontesto e sistema mediatico diviene concausa di un clima sociale.

In merito vi invito a visionare la presentazione di Annamaria Testa fatta al Consumer’s Forum di Roma il 4 aprile 2011 su Donne e pubblicità: esempi e coordinate per capire il caso italiano dalla quale sono tratte una serie di osservazioni che ho riportato in questo post.

L’uso di tabù, di stereotipi, etc. se è fatto con rispetto, se è fatto in modo intelligente, divertente, esatto, sorprendente, creativo, in una parola Professionale, farà di quella comunicazione sempre una comunicazione efficace, di valore e non sessista.

Perciò non è la pubblicità che apre il leggendario contenitore di Pandora facendo fuoriuscire tutti i mali del mondo mettendoli in evidenza. Spesso questo accade per carenza di Professionalità, carenza di tutela della Professione, esigenze di business.

Spesso piccole agenzie di “faccendieri”, provocano non rispettando il consumatore, non rispettando il prodotto, non rispettando l’impresa, non rispettando la comunicazione e la cultura nella sostanza. Spesso queste “piccole” comunicazioni nel complesso creano grandi danni ai quali gli organi di controllo per quello che possono intervengono ma non riusciranno mai a raccogliere tutta la pioggia inquinata nel secchio.

Bisognerebbe far sì che quella pioggia non sia inquinata così da lasciarla cadere ovunque. Perché così si continua ad alimentare il discredito alla pubblicità e agli operatori di settore ed ancora a mio avviso il risultato negativo è dato dall’assenza di limiti all’accesso alla professione (in termini di qualificazioni) e assenza di tutela e penalità concrete per i dissidenti. È un esempio di libertà negativa.

C’è l’esigenza di una tutela professionale a monte come altri istituti professionali altrimenti non c’è di che lamentarsi se ogni giorno qualcuno, piccolo o grande che sia, va ad aprire lo scrigno di Pandora.

Tu cosa ne pensi?

Gianluca Ruocco

www.gianlucaruocco.it - info@gianlucaruocco.it Laurea magistrale in comunicazione d’impesa e pubblica. Da sempre pubblicità, marketing e comunicazione sono il suo mestiere. Coordinatore TP – Regione Campania. www.giannacomunica.eu - gianluca@giannacomunica.eu Ufficio 0974 826838 - Cellulare 349 6406703   

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2 Commenti on "Non è la Pubblicità ad aprire il vaso di Pandora"

  1. Benni Priolisi
    Benni Priolisi 2 novembre 2011 alle 16:02 ·

    Già, “agenzie di faccendieri” come le hai giustamente definite. Io le ho sempre chiamate “agenzie di affari” ma cambia poco.
    Vorrei rispondere a botta ma voglio conservare tutto per uno dei miei prossimi post.
    Una cosina però la voglio dire: guardiamoci dentro, specialmente noi “TP”: aderiamo tutti, e sul serio, al Codice di Autodisciplina?
    Il CAP vale ben più di una legge o un ordinamento scritto, esso vive di etica -nostra, personale-, di deontologia: lo abbiamo sottoscritto e accettato.
    Rispettiamolo.

  2. MicheleVirgilio 9 novembre 2011 alle 11:49 ·

    Questione delicata che richiama non solo alla professione ma alla società e ai mercati. Non credo che i faccendieri si nascondano solo dietro le piccole agenzie. Forse bisogna riflettere anche a livello di major dato ciò che da consumatori siamo chiamati a giudicare. Penso al caso dei giornalisti (non a caso professione dalla quale spesso sono nati pubblicitari), nonostante un ordine, un’etica professionale e un modello anglosassone di natura watchdog il nostro paese esprime livelli di cui vergognarsi (per fini di business). Allora mi chiedo se tutti i grandi pubblicitari italiani siano davvero delle professionalità pure e non inquinate. Ho i miei grossi dubbi.

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