Il difficile binomio comunicazione e Sicilia. Le opinioni di chi resta e di chi va via

Scritto da on 17 novembre 2011 in Comunicazione - 2 Commenti

Quando si parlava della Milano da bere, gli attuali studenti (in regola) di Scienze della comunicazione non erano nemmeno nati. Quell’immagine del capoluogo lombardo si avvicina sempre di più a miti come Atlantide o l’Isola che non c’è.

In questo articolo si parla, invece, di un’isola che c’è ancora e in cui il mito della Milano da bere sembra persistere nelle giovani menti che vogliono lavorare nel campo della comunicazione. Si potrebbe definire il nuovo mito della “Milano a tutti i costi”.

Alcuni giovani abbandonano l’isola dopo brutte esperienze lavorative, altri vanno via a priori. C’è comunque chi resta e intraprende una buona carriera.

Esiste veramente il mito di Milano? L’Italia centro-settentrionale è sopravvalutata? Esistono esempi di buona comunicazione in Sicilia?

Ho voluto porre queste domande a persone con biografie molto diverse fra loro. Alcuni sono professionisti che lavorano in Sicilia, altri sono studenti che hanno preferito completare in altre regioni italiane il percorso di studi iniziato nell’isola.

Tony Siino – Web strategist e blogger

Mi infastidisce l’abbandono della Sicilia perché la Rete rende più semplice poter lavorare a distanza, ferma restando la necessità che qualcuno tenga i contatti. Spesso come professionista e in web agency lavoriamo per grossi clienti con sede a Milano o all’estero, quindi non capisco il senso di molte “migrazioni”.

Siamo competitivi perché il costo della vita è più basso e possiamo vivere in un posto, senza offesa, molto più bello.

Non considero Milano più mitica di altre città d’Italia. Non è sopravvalutata perché le opportunità di incontri e partnership sono più alte che in Sicilia, soprattutto per una maggiore attitudine culturale al networking che da noi non c’è, paradossalmente.

Umberto Ciprì – Web designer – Studente IED

Sono il classico palermitano andato alla ricerca del sogno milanese.

È ancora presto per tirare le somme, ma le premesse per realizzarlo ci sono tutte, accompagnate da qualche promessa. Da buon palermitano ho imparato che queste ultime valgono poco ma, al contrario di quanto successo a casa, qui ho incontrato gente che, oltre alle idee, ha davvero tanta voglia di fare e, soprattutto, fa… o almeno ci prova. C’è il coraggio di provarci, di investire tempo, denaro e tutto ciò che serve per concretizzare i propri progetti.

La cosa buffa è che più della metà della gente con cui ti rapporti non è di Milano, e ti chiedi allora perché le stesse cose non possano venir fatte dalle stesse persone solo qualche migliaio di chilometri più giù.

In sostanza, non è l’Italia centro-settentrionale a essere sopravvalutata. È il sud a essere troppo sottovalutato. Inoltre, il fatto che la buona comunicazione in Sicilia sia fatta da pochi che investono in pochi, obbliga noi giovani ad aprire velocemente gli occhi e a capire che, se vogliamo lasciare il segno, dobbiamo trovare qualcuno capace di fornirci i mezzi necessari per farlo, ovunque egli sia.

Alessio Testa – Co-fondatore gruppo Presso – Studente Università di Urbino “Carlo Bo”

Secondo il mio punto di vista, vivere di comunicazione in Sicilia è possibile. Con la mia esperienza, non mi trovo nella posizione adatta per effettuare un’analisi dettagliata del settore o indicare a chi vuole farne parte che strada seguire. Posso solo consigliare a chi è siciliano e ha voglia di lavorare in questo settore di imparare a guardare anche oltre i confini dell’Isola. Per “guardare oltre” non intendo emigrare, ma collaborare e formarsi all’esterno, preparare, insomma, un bagaglio culturale che permetta di fare la differenza in questo settore.

Le possibilità di formarsi nel settore a livello accademico in Sicilia non mancano. Credo, però, che, per permettere alle opportunità di emergere, bisognerebbe entrare in contatto con territori in cui anche il mondo imprenditoriale, e non solo quello accademico, presta attenzione alla comunicazione.

Simona Melani – Blogger e social media strategist

Credo che con le possibilità che offre il web l’opportunità di emergere e farsi notare sia alla portata di tutti. Come sempre, gli strumenti sono neutri e sta a noi farne l’uso migliore.

Non credo sia necessario migrare a tutti i costi: andare via disperati serve a poco, la vera sfida è riuscire a fare qualcosa in Sicilia, dove i clienti per chi lavora nella comunicazione non sono tantissimi e spesso è difficile riuscire a far capire che aprire una pagina Facebook non significa fare social media marketing.

Certo, nel mio caso possono risultare parole ipocrite: sono da poco andata a vivere a Milano, anche se preferisco dire che faccio la spola. La mia è stata una necessità a causa dei numerosi impegni che via via ho accumulato a Milano, lavorando soprattutto nel settore della moda e collaborando con numerose aziende.

In Sicilia esistono comunque esempi di professionisti e agency di successo: se devo pensare a un’azienda dico Im*media che ha clienti di caratura nazionale, se devo fare un nome penso a Tony Siino, blogger della prima ora e pioniere della comunicazione 2.0 in Sicilia e in Italia.

Vanessa Galluccio – Studentessa Università di Urbino “Carlo Bo”

Analizzando le risposte possibili da dare a questi quesiti, temo di finire per incorrere in retorici discorsi già sentiti e risentiti. Non nascondo il mio tentativo fallimentare di rimanere in Sicilia e dintorni tra varie e traumatiche esperienze pseudo-giornalistiche. Utilizzerò quindi questa intervista per raccontare l’episodio molto eloquente che mi ha portato tra le tante cose a decidere di abbandonare l’ambiente messinese. Un giorno di lezione come tanti, il mio amato professore (di cui non farò qui il nome) decise di interrompere la solita routine e ci fece sedere a cerchio. Guardandoci negli occhi chiese a ciascuna di noi di illuminarlo sulle nostre motivazioni di permanenza in Sicilia. La difficoltà di emergere in un ambiente come quello della comunicazione giornalistica era già a noi ben noto. Di certo, però, non mi aspettavo (e certamente non da parte di un docente di una specialistica in giornalismo) il discorso che sarebbe andato da lì a poco a inoltrarci. Discorso tanto crudo quanto veritiero.

Dopo aver ascoltato con stizzita sufficienza le nostre storie, affermò: «Ma voi lo sapete o no che il giornalismo in Sicilia è un ambiente saturo? Viaggiate! Non bloccatevi in questo ambiente chiuso! Questo è un barattolo pieno! Non c’è più bisogno di giovani leve. Magari, rimanendo qui, troverete lavoro, perché no! Chi lo ha detto che farete le giornaliste? Probabilmente qui diventerete delle pizzaiole. Ma non temete ragazze, no, non temete, non sarete pizzaiole qualsiasi. Con tutta la vostra cultura, sarete delle pizzaiole molto raffinate!»

Gaetano Biondo – Giornalista e fondatore gruppo Presso

La Sicilia non vuole comunicare davvero, fuori da essa: Sicilia è un modo di pensare circoscritto, paradossalmente individualista, un attributo distintivo da mettere nel CV, che significa, in modo più o meno cosciente: “adatterò il mio modo di fare completo, furbo – forse geniale – a qualsiasi contesto, e riuscirò a cavarmela più che bene”.

La Sicilia è una rete fatta e finita, una rete con valori propri, e riesco a pensare che possa comunicare – nel senso pieno e contemporaneo di questa espressione – soltanto quando e se costretta a calarsi in un’ulteriore rete, una rete autoregolantesi. Così non è stato a seguito dell’Unità d’Italia, infatti, e neanche nel secondo Dopoguerra, nonostante le infrastrutture e i sogni regalati dagli americani; così può essere soltanto attraverso il social networking globale, e soltanto per una parte dei giovani, quelli che riescono a comprendere che hanno bisogno di padroneggiare nuovi strumenti per comprendere e gestire la fluidità e il rumore dei nostri giorni. Per sfruttarli fuori dalla Sicilia, almeno per il momento.

La Sicilia è un gran bel posto per vivere, un cuscinetto da cui comodamente imparare il mondo, ma col grosso rischio che intervenga il sonno.

Nelle ultime pagine de La parola immaginata, Annamaria Testa suggerisce di entrare nell’orbita di città come Milano, Roma e Torino se si vuole lavorare bene nel mondo della pubblicità. Sono passati diversi anni dalla pubblicazione di questo libro. È una massima ancora valida? Il problema del “restare o andare” è presente anche nelle altre regioni?

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Roberto Di Raffaele

Roberto Di Raffaele

Sono nato nel 1989 a Palermo e sono laureato in Tecnica pubblicitaria. Sono un copywriter con la passione per i social media, ancora nel limbo tra studio e lavoro. Amo la narrazione in tutte le sue forme, dalla timeline di Twitter al cinema d'autore.

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2 Commenti on "Il difficile binomio comunicazione e Sicilia. Le opinioni di chi resta e di chi va via"

  1. Dario Valentino 17 novembre 2011 alle 10:00 ·

    Bel post…mi è piaciuto molto! Rappresenta lo stato di chi, come me e tanti altri, si trova in questa situazione.

  2. osvaldo 3 marzo 2012 alle 11:22 ·

    Milano da bere! L’ho vissuta. Era il 1984 e c’era la musica dei Weather Report che pubblicizzava l’amaro Ramazzotti, icona della Milano da bere di quegli anni d’oro. Facevo il giornalista. Poi sono tornato al sud, stabilendomi a Palermo. In tutti questi anni ho esplorato tutti i meandri della comunicazione e dal giornalismo sono trasmigrato alla comunicazione visiva, alla grafica pubblicitaria…
    Ma quanto ho rimpianto Milano… da un punto di vista strattamente professionale, naturalmente, perhé in realtà furono la nebbia e la mancanza del sole e della “solarità” degli abitanti d indurmi a tornare al sud.
    Sono un meridionalista convinto, ma purtroppo devo ammettere che qui dobbiamo scontrarci con un modo di porsi, confrontarsi, di operare, che non ha nulla di professionale, tranne poche e rare eccezioni. Conosco Tony Siino e i ragazzi di Imm*edia: sono mosche bianche.
    Comunque è verissimo che non esiste più la Milano da bere, mi confronto quotidianamente con amici e colleghi, la crisi che stiamo vivendo ha agito un po’ da livella (ma già da almeno sei anni).
    Il weba ha cambiato le regole del gioco e ci si può proporre senza limitazioni geografiche o “social territoriali”.
    Ai più giovani dico “datevi da fare”, esplorate il web…

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