Cristi, Madonne e Santi. La comunicazione commerciale ha reso spesso questi personaggi sacri, protagonisti di tante campagne pubblicitarie di più o meno successo; ha suscitato l’imbarazzo e l’indignazione di quanti si dichiarano credenti o di quanti ritengono che ‘certi temi’ non vadano trattati, specie in un paese “laico” come quello italiano (ultimo episodio a riguardo è la Campagna Unhate di Benetton).
Fatto sta che la sfrontatezza irriverente di alcuni “pubblicitari”, spesso, anzi quasi quotidianamente, si è scontrata con l’eccessiva e rigida difesa della dottrina ecclesiastica, troppe volte poi smentita dalle cronache giornaliere.
C’è da dire che troppo spesso, poi, questa professione è diventata il terreno fertile per l’ “espressione” di troppi che, potremmo considerare come non-pubblicitari, che, indebitamente, provano ad esercitarla danneggiando il lavoro di professionisti che invece hanno le competenze necessarie (tra cui la formazione e la preparazione anche normativa) e il talento per essere i modelli coi quali confrontarsi.
Ad ogni modo discutere di questo rapporto è complicato, sia perché i punti di vista coi quali è visto, sono molteplici e discordanti tra loro, io stessa posso professionalmente lodare la creatività e la sfrontatezza di certe trovate pubblicitarie che tentano di rompere gli schemi eppure da credente posso ritenere certe strumentalizzazioni troppo estremizzate, sia perché non è possibile trarne delle conclusioni o cercare di trovare un punto d’incontro.
In questa sede però possiamo sollevare dubbi sul modus operandi di molti brand partenopei (come Fracomina, Silvian Heach, Sarah Chole, Relish, etc.), localizzati per lo più nella Zona Commerciale di Cis di Nola che sfruttano indebitamente simbologie sacrali o archetipi religiosi in maniera grossolana e poco ‘decorosa’, il cui intento principale è quello di sconvolgere, provocare, insomma, interessati cioè, sempre e comunque, a ‘far parlare di sé’. Brand che, nelle proprie comunicazioni, ormai non menzionano nemmeno più il loro prodotto, forse perché non hanno nulla da dire a proposito?
La comunicazione pseudo-istituzionale di queste campagne non richiama nella mente del consumatore il prodotto che appunto non compare nel messaggio, protagonista del quale è principalmente il claim provocante e stereotipato che però non veicola un nucleo di valori stabili o ben distinguibili tra i vari competitors.
Alcuni allora potrebbero obiettare, perché ad alcuni brand è quanto meno concesso, mentre ad altri no? Perché certi ‘artisti’ vengono acclamati come ‘geni’ e altri invece vengono additati come profani?
I quesiti sui quali mi soffermerei invece sono:
la pubblicità, forma moderna di creatività per eccellenza, ha veramente bisogno di usare certi soggetti religiosi? Cioè, ha bisogna di attingere sempre più voracemente materiale dai testi sacri?
Le fonti da cui trarre ispirazione sono finite, o forse, è più semplice andare a colpo sicuro utilizzando campagne del genere che sortiscono l’effetto sperato nel brevissimo periodo?
E ai consumatori a proposito come rispondono? Sono stufi o si sentono ‘spronati’ a rivedere i propri valori morali e i criteri di giudizio e di comportamento, data l’influenza profonda che la pubblicità esercita sulle persone e sul loro modo di vedere la vita e il mondo?
Insomma, poniamoci le domande giuste per cercare le giuste risposte.
A questo link è possibile leggere un recente articolo sul caso Sarah Chole!
Il peccato (originale) di Eva non era affatto legato al sesso, ma alla conoscenza. Mangiare la mela avrebbe significato essere al pari del sapere di Dio. Per questo Eva fu punita. Per sete di conoscenza. Vallo a spiegare ad alcuni “non pubblicitari professionisti” poco fantasiosi.
Post scritto dalla Dott.ssa Marica Liguori – Università degli Studi di Salerno












3 Commenti on "Né bacchettoni né miscredenti"
Nel caso particolare, Eva, la mela e il serpente fanno parte della mitologia universale. Non sono simboli religiosi, nel senso che non sono oggetto né di adorazione né di devozione, e non vengono interpretati come tali da nessuna grande religione.
Salvo i più acerrimi creazionisti, nessuno considera Eva, la mela e il serpente come fatti storici realmente avvenuti, ma solo raffigurazioni allegoriche.
Parlando in generale, invece, nella società globalizzata il pericolo di urtare suscettibilità di minoranza, o di lontane maggioranze, è sempre più diffuso, con effetti paradossali. Ad esempio, in Italia nessuno dice niente per la rappresentazione, anche ilare, di preti e frati in pubblicità. L’uso di figure sacre di lontane religioni può invece creare incidenti internazionali.
inserire all’interno di pubblicità immagini o video religiosi può andare anche bene , ma bisogna stare attenti a non passare al profano; capita molto spesso di voler dare un messaggio utile, va bene cosi, ma, purtroppo, capita altrettanto spesso, di strumentalizzare tutta la situazione; si può fare anche non volontariamente, ma col sacro, anche volontà no bisogna andare oltre il buon senso. Quindi, ci vuole rispetto e delicatezza per trattare certi argomenti e se non si è capaci o non si vuole esserlo è meglio strsene tranquillo.
E’ incredibilmente reale questo.. si resta Turbati difronte ad un frate in atteggiamenti non consoni al suo abito mentre ormai abbiamo assimilato tranquillamente la raffigurazione parodistica, caricaturale dei simboli religiosi di vari credi.
In merito alle modalità e alle finalità dell’uso di figure, quali preti e suore rimando a http://www.tpblog.it/scherzi-da-prete