A Napoli (oramai) la provocazione è di moda? Da Relish, Fracomina, Silvian Heach, Sarah Chole (tutte napoletane) continuano
ancora a cavalcare il trend sessuofobico (non solo napoletano) sempre più in auge?
Provocazione? Ulturale: “Cravatte speciali fatte a mano”. Ulturale premiata come miglior cravatta al mondo per due anni consecutivi da Class comunica (gli autori non hanno firmato la campagna) mostrando una donna come una bambola gonfiabile e vestendola con la sola cravatta! Una comunicazione sicuramente non da primato.
Diversamente Marinella comunica con stile e tradizione e l’agenzia D’Angiò Comunicazione di Monza firma la campagna mentre l’inserzione di Ulturale (come detto) non è firmata.
Non sarebbe ora (almeno) di obbligare a far firmare le campagne da chi le realizza?











10 Commenti on "Obbligo di firmare le campagne pubblicitarie!"
Il gruppo “La pubblicità sessista offende tutti”, che conta anche una settantina di uomini, sta adesso portando avanti la campagna PRAISE&SHAME con mail bombing a Iap, Ministero per le Pari Opportunità, agenzie pubblicitarie, ditte committenti e principali organi di stampa. Siamo alla seconda ondata, questa volta di lode per uno spot della Hyundai, e riuniremo in un documento le réclame selezionate. I criteri usati per elogiare o condannare sono presi dalle indicazioni europee contenute nell’ EASA, e che sono:
1) Evita rappresentazioni stereotipate che possano essere percepite come offensive o umilianti per le donne.
2) Da’ un’immagine positiva della donna come individuo e componente significativo della società
3) Non presenta l’uomo come immaturo e inetto nelle réclame in cui fa da pendant a una donna dominante.
4) Non fa uso gratuito del nudo femminile in contesti in cui non ha alcuna pertinenza col prodotto reclamizzato, al solo fine di attrarre l’attenzione maschile e non lo usa come semplice aggiunta per vendere la merce.
Certamente lo spot della cravatta su quella che Gianluca definisce giustamente una bambola gonfiabile ( senza volto, come purtroppo usa sempre di più fare) è da annoverarsi tra quelli vergognosi.
Se volete unirvi alla nostra azione, questo è il link:
http://www.facebook.com/home.php?sk=group#!/home.php?sk=group_139046259478883&ap=1
Non vorrei essere il bastian contrario, ma sul fatto di rendere obbligatoria la firma sulle campagne non sono d’accordo.
Tale argomento andrebbe affrontato tra di noi insieme a quello già da me proposto su “occhio di maschio”.
Silvio, quale bastian contrario, c’è da discuterne senz’altro. Infatti avendo ricevuto una serie di segnalazioni sul fatto che molte campagne non sono firmate ho scritto alla fine “Non sarebbe ora (almeno) di obbligare a far firmare le campagne da chi le realizza?”. Secondo te no, bene, perché?
Mi vengono in mente almeno due motivi.
Il primo riguarda i rapporti con il committente e l’ipocrisia dei colleghi.
Il secondo è per una mera questione fiscale.
Nello specifico sarò più chiaro, se vuoi, al prossimo incontro TP.
Sul non firmare, però MAI, sono d’accordo con Fabris:
un pediatra non farebbe mai un tatuaggio col proprio nome a un bimbo che ha in cura.
E poi, quante campagne vedete firmate in USA o in UK?
Il resto, le campagnacce, è questione che riguarda l’etica di chi le commissiona, le realizza e le diffonde.
Robaccia.
Ma allora! Siamo o no professionisti?? Cosa ci distingue dai non professionisti? Se in una visione liberista lasciamo che il mercato decida con la sua “mano invisibile” ciò che è definibile prodotto di un professionista o ciò che non lo è, non avrebbe senso che fossimo qui a discutere e non avrebbe senso la missione di una associazione che vuole tutelare una categoria professionale. Benni, dimmi di un professionista che di pugno (e non mettiamo in mezzo il fisco) Firma il proprio lavoro. Lo fa l’artista, il cantante, l’autore, e tutti i professionisti che ho conosciuto. Prima per orgoglio e per certificare la sua opera, poi per definire la distanza che lo separa da chi non ha i titoli per farlo. Allora mi pare che bisogna ristabilire il motivo che ci riunisce qui tutti, se leggo ciò. Io ho capito che siamo qui per tutelare la nostra professione. Un ragazzo bravo con i software e con la grafica e con una, magari, buona idea può firmare una campagna? No. Può lavorare in un team, contribuire con le sue competenze, ma non può certificare il lavoro di un progetto di comunicazione valido. Opinabile certo, ma valido, sotto il profilo normativo, deontologico, sociale e sopratutto professionale. La firma è la più importante forma di certificazione esistente. Non ce lo ricordiamo solo quando se ne pretende la paternità contro abusi o concorrenze sleali o comportamenti poco virtuosi da parte di colleghi ipocriti, concorrenti scorretti e media poco partner. Siamo o no Autori?
Cara Anna Luisa, vedo -ancora una volta (!)- che un commento è indirizzato a me, quindi sono obbligato a rispondere qui e lo faccio punto per punto:
[dentro le quadre il mio pensiero]; “tra le virgolette il tuo commento”, copiato e incollato così com’è.
“Ma allora! Siamo o no professionisti?? Cosa ci distingue dai non professionisti?”
[Credo che professionista sia chi lo fa e lo è, non chi dice di esserlo]
“Se in una visione liberista lasciamo che il mercato decida con la sua “mano invisibile” ciò che è definibile prodotto di un professionista o ciò che non lo è, non avrebbe senso che fossimo qui a discutere e non avrebbe senso la missione di una associazione che vuole tutelare una categoria professionale.”
[Alla fine è sempre il mercato a decidere, sta a noi però educarlo, o almeno provarci, anche a costo di dire "no!, a queste condizioni non ci sto!": si guadagnerebbe qualche soldo in meno ma ci si potrebbe guardare allo specchio con serenità. Infatti la nostra "categoria professionale", in assenza di riconoscimento giuridico, si autotutela con gli strumenti che ha a disposizione (v. mission TP, C.A.P. ed etica professionale)].
“Benni, dimmi di un professionista che di pugno (e non mettiamo in mezzo il fisco) Firma il proprio lavoro. Lo fa l’artista, il cantante, l’autore, e tutti i professionisti che ho conosciuto. Prima per orgoglio e per certificare la sua opera, poi per definire la distanza che lo separa da chi non ha i titoli per farlo.”
[Io, pur essendo di "estrazione creativa", non mi sono mai considerato un artista: noi siamo, appunto, professionisti, tutto qui.
La distanza che separa un professionista da un cialtrone la stabiliscono il mercato, i clienti e, perché no, la stima dei colleghi, anche se concorrenti.]
“Allora mi pare che bisogna ristabilire il motivo che ci riunisce qui tutti, se leggo ciò. Io ho capito che siamo qui per tutelare la nostra professione.”
[Non credo ci sia qualcosa da "ristabilire"]
“Un ragazzo bravo con i software e con la grafica e con una, magari, buona idea può firmare una campagna? No.”
[Difficilmente una buona campagna nasce da una singola sporadica buona idea e un po' di software: è più facile che nasca da una buona testa e da tanta applicazione. Il punto non è se il ragazzo possa o meno firmare la campagna, il problema è se il nostro sia in grado di farla, e poi farne un'altra e un'altra ancora.]
“Può lavorare in un team, contribuire con le sue competenze, ma non può certificare il lavoro di un progetto di comunicazione valido.”
[Ma chi l'ha detto che, anche se si lavora in gruppo, il lavoro creativo non sia certificabile? Esistono i book. E' anche vero -è accaduto- che in occasione di consegna di premi per la creatività (premi ad hoc per i creativi, non per le agenzie) qualche "patron" si sia presentato a ritirare il premio estromettendo di fatto i creativi. Ma questo riguarda l'onestà d'animo dei singoli.]
“Opinabile certo, ma valido, sotto il profilo normativo, deontologico, sociale e sopratutto professionale. La firma è la più importante forma di certificazione esistente. Non ce lo ricordiamo solo quando se ne pretende la paternità contro abusi o concorrenze sleali o comportamenti poco virtuosi da parte di colleghi ipocriti, concorrenti scorretti e media poco partner. Siamo o no Autori?”
[A questa ultima parte penso di avere già detto la mia qui sopra.
Sui media, invece, stendo un velo pietoso e me ne esco con un bel: no comment.]
Un’ultima cosa, solo una annotazione, niente di più:
dovremmo cercare di evitare, qui e tutti, di rendere troppo personali i post e i commenti.
scusate l’intrusione, da un professionista non iscritto, ma operativo a Napoli da 20 anni. La realtà imprenditoriale a cui spesso ci si riferisce (e con questo non voglio per forza imputare le campagne qui presentate) è spesso inquinata da fenomeni ben diversi da quelli ipotizzati: si nasconde una realtà fatta di imprese al limite della legalità, gestite da veri e propri “boss”, che tanti anni fa si chiamavano “magliari”. Adesso il meccanismo è di diverso genere: si crea un marchio qualsiasi, quasi sempre simulando una finta origine “esotica”, si “spara” una campagna di media entità, quasi sempre per affissione, e si tenta la strada del franchise o della vendita diretta del marchio stesso. il centro di queste iniziative è quasi sempre il CIS di Nola, luogo di origine di innumerevoli marchi. Il bello è che qualcuno ci riesce, soprattutto approfittando della volgarità imperante negli ultimi anni, e proprio per questo si comincia a notare un continuo rilancio. ovviamente è tutta merce cinese, identica a quella dei mercatini popolari, sicuramente più dignitosi.
Mi dispiace che sia stato io ha creare una disputa tra Benni e Anna Luisa, ma sappiate entrambi che volutamente non ho approfondito il mio pensiero su questo blog, perchè penso che tali argomenti vadano discussi di persona nelle riunioni TP. Noto una certa ingenuità giovanile da parte di Anna Luisa e una maggiore concretezza di Benni. Non me ne voglia Anna Luisa, ma il mio parere mi viene suggerito da 40 anni di esperienza sul mercato.
Nessuna disputa. Punti di vista differenti. L’età non c’entra. Infatti l’esperienza spesso è un limite per vedere come strumenti nuovi possano incidere positivamente in termini di cambiamento.
I discorsi si possono affrontare qui come altrove essendo una piazza virtuale questa. Il confronto è sempre una ricchezza.