I trucchi di una digital strategist

Pubblicato il 12. ott, 2009 da TPblog in TP World, Web 2.0

L’età di una donna non si dovrebbe dire, ma se a 29 anni hai già vinto un oro nella Young Lions Media Competition di Cannes e sei una delle professioniste più autorevoli della blogosfera, non hai nulla da nascondere.
Nemmeno i trucchi del tuo mestiere di digital strategist.
Francesca Casadei ci racconta del suo lavoro, del suo blog e del suo e-book.
Dove analizza i tre trend della comunicazione.
Da condividere con voi, in pieno spirito 2.0.

Francesca, come sei diventata digital strategist?

Non è la prima volta che mi fanno questa domanda e rispondere è sempre complicato.
Digital strategist non si nasce, ovviamente, e non si può decidere semplicemente di diventarlo perché non esistono delle scuole e dei corsi dove te lo insegnano.
Digital strategist secondo me ci si scopre, magari andando per tentativi. O almeno a me è successo così.
Mi sono laureata in marketing e comunicazione d’azienda perché volevo “lavorare in pubblicità” e invece mi sono ritrovata a fare uno stage universitario in Dylogic (ora Mirial) che si occupa di software per le telecomunicazioni.
Ho iniziato ad interessarmi al tema e a partecipare a tutti i convegni in cui si parlava di telefonia mobile, di messaggistica, fino a farli diventare oggetto della mia tesi.
Questa inclinazione diciamo tecnologica mi ha portato a frequentare il master in management dell’economia digitale, dove gli insegnamenti di marketing e comunicazione venivano ripresi e calati in un contesto più digitale e informatico.
Uno dei miei insegnanti mi ha proposto uno stage in Ogilvy Interactive come account. All’inizio pensavo fosse il lavoro perfetto per me ma non era così, non ero completamente soddisfatta: un ruolo che richiedeva troppa operatività e poca progettualità.
Poco dopo mi viene offerto un posto come project manager in IpWorld, azienda che si occupa di sviluppare soluzioni tecnologiche, web e mobile, a supporto della comunicazione e mi sono occupata per tre anni di gestire la realizzazione e lo sviluppo di siti internet coordinando tutte le risorse coinvolte.
Ma anche in questo caso non mi sentivo pienamente soddisfatta.
C’era dell’altro là fuori, online, oltre ai siti, ai CMS e alle intranet.
Ad esempio c’erano i blog. C’era YouTube. C’era Flickr. C’era Second Life.
Ho fatto un colloquio per entrare nel gruppo Aegis Media come account/project manager in Weba, agenzia creativa web del network Isobar, ma dopo poco tempo ho capito che non ero davvero attratta dal come queste realtà nascono e si sviluppano tanto da attirare l’attenzione di brand e aziende, quanto piuttosto dal perché per poi scendere nel dettaglio di dove, come e quando.
Perché alcuni ambienti si sviluppano più in fretta di altri? Quali bisogni soddisfano? Queste sono alcune delle domande a cui si dovrebbe saper rispondere per poter elaborare una corretta strategia di comunicazione e non solo online.
Credo sia stata questa mia curiosità e questo percorso a “scoprirmi” digital strategist e ovviamente il fatto che qualcuno nella mia azienda (deepblue, unità di consulenza strategica del gruppo) se ne sia accorto.

Quanto ha contato per la tua esperienza professionale il tuo blog?

Ha contato tantissimo.
Ho iniziato ad avventurarmi nella cosiddetta blogosfera più di tre anni fa, principalmente per curiosità, come tutti del resto, poi per necessità, per il bisogno di trovare nuovi stimoli legati ai temi che più mi interessavano: internet, in tutte le sue forme ma soprattutto quelle legate al web 2.0, e la comunicazione.
Come dicevo prima, rendersi conto che la sfera online non è rappresentata dal solo sito internet nel senso stretto del termine ma da una variegata moltitudine di ambienti sempre in evoluzione il cui successo è spesso determinato dal consenso e dalla partecipazione degli utenti, ha rappresentato per la mia crescita professionale un forte stimolo e il blog mi sembrava il luogo ideale per approfondirlo.
Il mio capo la prima volta che ci siamo viste mi aveva confidato di aver letto il mio blog per capire se ero una persona curiosa e propositiva e di aver trovato le risposte nei post che avevo scritto. Non importava se avevo delle lacune formative relative al mondo media legate al mio particolare percorso accademico e professionale perché quelle si potevano recuperare, era necessaria la giusta predisposizione verso questo ruolo e quello che scrivevo sul mio blog era a suo avviso un buon modo per dimostrarlo.
Oggi essere sia blogger sia una professionista secondo me è un vantaggio. Ne ho discusso recentemente su friendfeed in un thread legato al ruolo del professionista blogger: “Il fatto di essere blogger secondo me avvalora le proprie expertise come consulente, esperto di nuovi media (che esperto sei se non li usi?), SEO, facebook marketing, viral marketing etc [...] Ovviamente tra un professionista che non è blogger e un blogger che non è un professionista scelgo il primo. Dico solo che se penso di rivolgermi ad un professionista e questo ha un blog posso intanto leggere quello che scrive e come si muove per farmi un’idea della sua conoscenza effettiva della materia o comunque del suo punto di vista”.

Torniamo a scuola e fingi di trovarti di fronte alla maestra che ti chiede di riassumere il tuo e-book (che si può scaricare gratuitamente qui).

Prenderei un’insufficienza, io non ho decisamente il dono della sintesi.
Il mio ebook, se così vogliamo chiamarlo, è l’aggregazione e l’arricchimento di tre post scritti all’inizio del 2009 su tre trend che a mio avviso si stanno manifestando nel settore della comunicazione.
Il primo “Evoluzione e diversificazione del concetto di brand” si concentra sul tema dell’estensione del concetto di brand a nuove categorie rispetto a prodotti e servizi come ad esempio le persone (personality brand), i libri (book brand), i giochi (gaming brand), le serie televisive (tv series brand), siti e servizi online (digital brand) e i media (media brand) e su come la proliferazione di queste nuove categorie porti alla creazione di brand ibridi accostandone diversi nel tentativo di creare nuovi universi valoriali ed esperienziali.
Il secondo “Costruzione della presenza online di un brand” affronta il tema della compresenza in internet di diverse categorie di media se osservati dal punto di vista di un brand: owned media, banalmente i propri siti internet, ossia spazi online di proprietà dell’azienda su cui è possibile esercitare un totale controllo o quasi (owner), bought media, spazi che è possibile acquistare come banner e contenuti promozionali, e earned media, ossia l’insieme dei contenuti generati dagli utenti relativamente a quell’azienda, si chiamano così perchè in qualche modo bisogna guadagnarseli non è possibile comprarli. Questi ultimi trovano ovviamente la loro massima espressione in tutti i social media, dai social network alle community.
Il terzo “Digitalizzazione dell’universo media” parte dalla considerazione che i mezzi comunemente definiti nel mondo della comunicazione come “media offline” si sono digitalizzati e sono fruibili anche su Internet portando quindi al crollo della storica distinzione tra on e off.
Ho osservato questo trend sotto tre aspetti: tecnologico, contenutistico e relazionale.
In estrema sintesi sostengo che il processo di digitalizzazione dei mezzi offline è stato possibile grazie all’innovazione tecnologica e ha portato ad una revisione del modello editoriale dei contenuti trasmessi e alla generazione di dinamiche relazionali attorno ad essi.

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7 Commenti

Gianni Congedi

12. ott, 2009

Concordo con il fatto che essere un consulente implica il fatto di essere allo stesso tempo un utilizzatore, un pò per dovere e un pò per passione. Penso anche che ad oggi bisogna avere tanto tempo per fare entrambe le cose e questo ci spinge a professionalizzare ogni mini attività per ogni campo della pubblicità. Un solo consulente per il web marketing o più consulenti? uno per l’email marketing, uno per il social marketing, uno per il viral, ecc ecc.

lafra

12. ott, 2009

Grazie mille Flavia.

[...] stata pubblicata su TPBlog, il blog di TP Associazione Italiana Pubblicitari Professionisti, l’intervista che mi ha fatto Flavia Brevi, che conosco grazie al suo blog Simply [...]

Mario Soavi

12. ott, 2009

Vorrei condividere quel poco che sto studiando in termini di trend del mondo della comunicazione.

Dal dicembre 2007 sto seguendo l’evoluzione dei vari attori su questo mercato e ripubblico il tutto organizzato nella mappa a http://mario.soavi.com/view/index.html.
Di questo ne ho fatto anche una Pillola (http://soavi.com/pillole/080520.htm) l’anno scorso.

Ma, ogni tanto, ne faccio anche commenti, come (casualmente) oggi: “I’d love work with Amazon” (http://marcomm.info/blog/2009/10/12/id-love-work-with-amazon/).

Ma a parte questo che solo conferma quanto detto da Francesca, vorrei sottolineare la “curiosità”, che è l’unica molla capace di farci interrogare, approfondire, condividere ed anche donare quanto scopriamo della realtà digitale, dei modi in cui noi umani interagiamo grazie ad essa, ai sistemi che le organizzazioni possono far propri per dialogare con il loro pubblico.

Lasciatemelo dire, da “vecchio” della Rete: è questo l’unico e perenne modo di lavorare di strategia digitale, così è stato dall’inizio e così continuerà ad essere.
La Rete non è fatta da macchine, ma da esseri unani che la usano per comunicare. Chi ha l’approccio di Francesca è “della Rete” e “la Rete” saprà sempre dischiudere i suoi “non segreti” a lei.

… anche perché scrivere su uno schermo spesso è percepito come scrivere con se stesso e comunemente in Rete si trovano tutte le risposte, anche quelle più “segrete”.

;-)

Mario

Andrea Bichiri

12. ott, 2009

E’ bello vedere quanta energia e passione metti in quello che fai. E’ proprio vero che chi crede fermamente in qualcosa, nonostante mille difficoltà, prima o poi raccoglie i suoi bei frutti.

Cam

14. ott, 2009

Ho scaricato e diffuso l’e-book tra tutte le mie colleghe. è interessante e anche divertente.

vitzbank

15. ott, 2009

incredibile: mi ero perso questa intervista a lafra.

Non mi metto a lodare anche qui le sue lodi, ma ribadisco la sua bravura.

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